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Primi dati biospeleologici della grotta “Ma che Liberazione”

Argomento
Primi dati biospeleologici della grotta "Ma che Liberazione"
Autore
Luca Dorigo, Angelo Leandro Dreon, Venicio Simonutti e Giorgio Concina

Tratto da “Pradis scoperte, esplorazioni e altre storie ANNIVERSARIO 50º Attività e ricerche del Gruppo Speleologico Pradis 2012-2016 “

Il massiccio del monte Ciaurlèc è una delle aree carsiche più note in regione: le particolari caratteristiche di questa montagna furono descritte da diversi Autori e, già verso la fine dell’Ottocento, vennero condotte ricerche, esplorazioni e studi dei numerosi ambienti  ipogei.
Nell’arco del diciannovesimo secolo, a partire dai primi decenni, ci fu un concentrarsi di attività speleologiche in tale contesto carsico, visitato e documentato da nomi illustri della geologia e della speleologia. Le diverse attività di ricerca sono in costante evoluzione e aggiornamento, nei differenti settori d’interesse.
Anche la fauna di queste grotte è stata oggetto di particolare attenzione, infatti numerose specie di invertebrati ipogei sono stati descritti per l’area (cfr. per un riassunto Piva, 2006).
Accanto a queste importanti note tassonomiche, sempre nella stessa area sono state condotte numerose ricerche di carattere distributivo e altre di tipo ecologico mirate a comprendere particolari aspetti della catena trofica del sottosuolo, in particolare legati all’interazione batteri-artropodi (Paoletti et al., 2011, 2012, 2013; Summers Engel et al., 2013).
Ciò nonostante, rimangono aperti molti punti interrogativi e spesso ogni ricerca apre nuove possibili vie. La scoperta della grotta “Ma che Liberazione”, sistema molto esteso di particolare complessità, offre la possibilità di indagare nuovi ambienti, alcuni dei quali a notevoli profondità.
Vengono di seguito illustrati brevemente i primi esiti delle ricerche svolte nella Grotta “Ma che Liberazione”, che hanno fornito una serie di interessanti spunti, indispensabili per ampliare le conoscenze distributive in Regione delle specie osservate. Le ricerche nell’area sono comunque in costante aggiornamento e la presente nota vuole essere un primo report sull’attività svolta.

Durante alcuni sopralluoghi è stato possibile identificare le seguenti specie:

Diplopoda
Glomeridae
Trachysphaera sp. (Heller, 1858)
Il genere comprende alcune specie adattate alla vita ipogea, che possono essere anoftalme  oppure presentare ocelli ridotti in numero e depigmentati (Strasser, 1980). Per l’area sono state segnalate due specie del genere Trachysphaera: T. gasparoi (Strasser, 1981) per l’Inghiottitoio di Juris (Fr 623) e T. noduligera (Verhoeff, 1906) per la Grotta Mainarie dal Puint (Fr 242) (Gasparo, 1997).
Durante un’escursione nella grotta “Ma che Liberazione” è stato raccolto un singolo esemplare, tuttora in fase di studio.

 

 

OrthopteraRaphidophoridae

Troglophilus cavicola (Kollar, 1833)
Elemento Balcanico-Alpino, molto comune nelle grotte e in cavità artificiali. Entità eutroglofila, fa parte dell’associazione faunistica parietale, è un frequente rinvenimento presso la parte iniziale della grotta ma si può osservare anche in tratti più interni. Le lunghe antenne e la presenza di occhi ridotti testimoniano il parziale adattamento alla vita sotterranea. La specie, in diversi periodi dell’anno, compie comunque sortite all’esterno, in particolare in ambienti freschi e umidi.

Coleoptera
Carabidae
Laemostenus (Antisphodrus) schreibersii (Küster, 1846)
Elemento Alpino-orientale frequente nelle grotte come troglofilo; si ritrova però anche in suoli forestali e ghiaioni montani. È un elemento comune in molte grotte del Ciaurlèc, frequente soprattutto nei primitratti delle cavità.

 

Coleoptera
Leiodidae
Sottofamiglia Cholevinae
Questo gruppo di coleotteri comprende per lo più forme troglobie o legate all’ambiente della lettiera. Ha probabilmente avuto origine nel Giurassico, da forme abitanti le foreste che ricoprivano l’unico continente allora esistente, la Pangea. Con la sua frantumazione, che ha portato all’attuale distribuzione delle terre emerse, anche i rappresentanti della sottofamiglia dei colevini si sono separati in diversi gruppi, evolvendosi nelle forme attuali (Latella & Stoch, 2001).
I colevini sono generalmente saprofitici o detritivori, come molti altri organismi adattati alla vita nel suolo o nel sottosuolo. Le specie troglobie sono depigmentate e cieche, ma hanno in compenso adattamenti sensoriali alla vita ipogea. Oltre ad avere appendici (zampe, antenne) allungate, con funzione sensoriale, possiedono un sofisticato sistema di igro-chemocettori. Negli articoli VII, IX e X delle antenne si trova una particolare struttura, conosciuta come organo di Hamann, deputata sicuramente all’igrorecezione e, probabilmente, all’analisi chimica dell’aria (Lucarelli & Sbordoni, 1977). Per molti di questi coleotteri, in particolare per quelli con adattamenti fisici più spinti, l’acqua è infatti un elemento fondamentale e la sua assenza può essere un fattore condizionante per la sopravvivenza.
Infine i colevini, in particolare con la tribù Leptodirini, meritano una menzione speciale nella storia della biospeleologia: è infatti con la specie Leptodirus hochenwarthi che, in un certo senso, la scienza “entra nelle grotte”. Questo coleottero troglobio ultraevoluto è stato descritto nel 1831 da Ferdinand Schmidt e rappresenta a tutti gli effetti la prima forma di vita descritta sulla base di esemplari raccolti in grotta. Ricordiamo infatti per dovere di cronaca che la descrizione del proteo, effettuata nel 1768 da Laurenti, venne fatta sulla base di esemplari raccolti in una sorgente e quindi non in sede ipogea (Latella & Stoch, 2001).

 

Tribù Leptodirini
Sottotribù Bathysciina
Le seguenti specie sono abbastanza ravvicinate da un punto di vista sistematico e appartengono alla “serie filetica di Aphaobius” (Jeannel, 1924). Sono tutte sprovviste di occhi e depigmentate,
mostrando un tegumento di colorazione testacea.

Oryotus dreoni (Piva & Zoia, 1989)

Piccolo coleottero (2,5-3 mm a capo reclinato) conosciuto per le cavità del versante Nord-Est del monte Ciaurlèc, presso quote piuttosto elevate (fino a 1000 m). Di abitudini detritivore, viene attirato con l’ausilio di esche olfattive (formaggi, carne). Come gli altri rappresentanti del genere Oryotus, non frequenta esclusivamente le grotte ma si può rinvenire anche nei pressi di doline
o suoli fessurati.

Orostygia preteneri (Müller, 1931)
Coleottero descritto sulla base di esemplari raccolti nelle grotte Verdi di Pradis, è presente in molte delle cavità ubicate attorno al monte Ciaurlèc. Gli esemplari raccolti presso la Risorgiva di Eolo (Trasaghis, UD), precedentemente attribuiti a O. pretneri, sarebbero in realtà un’altra entità (Piva, 2005). Tra i coleotteri colevidi presenti nell’area del Ciaurlèc, Orostygia pretneri è quello che mostra dimensioni maggiori, con una lunghezza corporea di poco inferiore ai 4 mm.

Mammalia
Chiroptera
Rhinolophidae: ferri di cavallo

I cosiddetti “ferri di cavallo” sono una famiglia di chirotteri diffusa in Europa, Asia e Africa. Questi chirotteri si caratterizzano per una particolare struttura cutanea, a forma di ferro di cavallo, per l’appunto, utilizzata per l’ecolocazione. Questa struttura, costituita da pliche che coprono tutta l’area nasale e parte del muso, viene utilizzata per l’emissione di un preciso segnale sonoro che consente di discriminare oggetti di dimensioni ridottissime.
In Italia la famiglia consta di 5 specie, delle quali però una è probabilmente estinta sul territorio nazionale. La loro distinzione è piuttosto complessa e può essere effettuata da personale esperto sulla base dell’attento esame della disposizione e forma delle pliche nasali o con analisi bioacustica. Sono i pipistrelli più facilmente osservabili in grotte naturali e ipogei artificiali.

La famiglia comprende l’unico genere Rhinolophus:

 

 

Genere Rhinolophus
Rhinolophus hipposideros (Bechstein, 1800), rinolofo minore o ferro di cavallo minore
Il più piccolo ferro di cavallo europeo, raggiunge appena il peso di 4-7 gr. È una specie tipicamente presente in grotta, con popolazioni di qualche decina di unità, che però spesso si osservano
piuttosto sparpagliate. Iberna solitamente in grotta ma si riproduce per lo più presso ruderi o edifici rurali disabitati, con assembramenti anche di 200 esemplari in Regione (Fiorenza, 2013).
Dagli anni ‘50 del XX secolo la specie subì un drammatico declino, probabilmente causato da pesticidi organoclorurati utilizzati in agricoltura, che lo vide rarefarsi
o addirittura estinguersi da diverse aree fino agli anni ‘70 dello stesso secolo. Dopo una lenta ripresa, ora la specie sembra non essere più in pericolo (Dietz et al., 2009).
In Regione è una presenza piuttosto comune in area collinare e prealpina, e probabilmente lo è anche nell’arco alpino interno,
fino a quote elevate (Lapini et al., 2014). Materiali: osservazione diretta; resti craniali (Coll. Museo Friulano di Storia Naturale; Coll. Dorigo).

 

Rhinolophus ferrumequinum (Schreber, 1774),
rinolofo maggiore o ferro di cavallo maggiore

È il più grande dei pipistrelli ferri di cavallo, può pesare fino a 24 grammi. Il pelo dorsale è di colore grigio-marroncino, spesso con sfumature giallastre o aranciate. Apparentemente può somigliare alla specie precedente, si distingue per le dimensioni che sono quasi doppie rispetto a R. hipposideros. Rhinolophus ferrumequinum è meno frequente del rinolofo minore, ma è comunque una presenza comune in grotta.
Materiali: osservazione diretta; resti craniali
(Coll. MFSN; Coll. Dorigo).

Chiroptera
Vespertilionidae: vespertilioni
Genere Myotis: Vespertilioni
I vespertilioni (gen. Myotis), o “pipistrelli orecchio di topo” (Myotis deriva appunto dal greco myós = topo; oús-ōtós = orecchio), sono un gruppo di chirotteri abbastanza numeroso, che in regione comprende una decina di specie. Si caratterizzano per la presenza di orecchie di medie o grandi dimensioni, dotate di un trago di forma allungata o lanceolata nel centro dell’orecchio. La distinzione delle varie specie è spesso estremamente difficile e richiede l’esame di diversi caratteri morfometrici o craniali.

 

Myotis daubentonii (Kuhl, 1817), vespertilio di Daubenton

&nbspUn piccolo pipistrello (6-10 gr) con orecchie piuttosto corte. Il pelo dorsale è di colore marrone, marrone grigio con tonalità rossastre; il ventre è di colore biancastro ed è solitamente ben contrastato rispetto al pelame del dorso. Una caratteristica di questo Myotis (in comune con poche altre specie) è la presenza di piedi posteriori di notevoli dimensioni, con setole allungate, che vengono usati per catturare insetti sul pelo dell’acqua. In condizioni sperimentali la specie ha afferrato anche piccoli pesci morti sul pelo dell’acqua; il comportamento non è stato però osservato in natura (Dietz et al., 2009).
La specie si rinviene spesso nelle vicinanze di corsi o specchi d’acqua; può ibernare in grotta. Materiali: resti craniali (Coll. MFSN).

 

Myotis emarginatus (E. Geoffroy, 1806), vespertilio smarginato
È un chirottero di media taglia (6-9 gr) con un pelo dorsale lanoso rossastro o marroncino, mentre il ventre è di colore giallastromarroncino, nel complesso poco contrastato rispetto al dorso. Frequenta aree densamente boscate, può formare roost in vecchi edifici o all’interno di grotte, spesso condividendo gli spazi con R. ferrumequinum, e sverna solitamente in cavità (Dietz et al.,2009). Si nutre di invertebrati, per lo più ragni e opilioni, seguiti, in termini di abbondanza, da neurotteri, falene e ditteri (Dietz et al., 2009).
Materiali: resti craniali (Coll. MFSN).

Myotis myotis (Borkhausen, 1797), vespertilio maggiore
Il vespertilione maggiore è una specie di grande taglia (20-27 gr.), con un muso piuttosto tozzo “da cane” e orecchie di grandi dimensioni. Il pelo dorsale è di colore bruno o bruno-rossastro, con una pelliccia ventrale bianca che si nota per il contrasto con il resto del corpo. Di norma la specie si può osservare a quote inferiori a 800 m, a meno che non si tratti di aree con temperatura più mite, come ben versanti esposti (Dietz et al., 2009). Il vespertilione maggiore caccia a terra, individuando tra l’erba o nella lettiera grossi invertebrati come coleotteri carabidi, ragni, chilopodi e occasionalmente altri coleotteri e grilli (Dietz et al., 2009).
Materiali: resti craniali (Coll. MFSN; Coll. Dorigo).

 

 

Altre specie non legate alle cavità sotterranee

Nel corso delle esplorazioni è stato possibile identificare alcune specie non legate alle cavità sotterranee, ma la cui presenza in grotta deve essere ritenuta accidentale. Anche se,
come vedremo, in alcuni casi la frequentazione dell’ipogeo diventa quasi costante. Le specie che hanno questo comportamento vengono definite “troglossene”.

Glis glis (Linnaeus, 1766), ghiro
Il ghiro è una presenza piuttosto comune in grotta. Certamente si tratta di una specie non adattata a vivere in habitat sotterranei, ma che abbastanza frequentemente può utilizzare l’esteso reticolo di cunicoli e fessure, inadatti alla percorrenza umana, che possono mettere in comunicazione l’esterno con le aree più interne delle grotte (Polak, 1997; Scaravelli & Bassi, 1995). Spesso vengono osservati escrementi di ghiro, o addirittura animali morti, in tratti distanti parecchie centinaia di metri dall’ingresso (Barti, 2013). Tali avvenimenti non devono però dare l’illusione agli speleologi che gli animali possano aver percorso tutto il tragitto nel buio totale; si tratta anzi sicuramente di prove della presenza di un collegamento con la superficie esterna, anche se spesso di dimensioni troppo ridotte per essere considerata degna di nota nell’attività speleologica. Nel corso delle esplorazioni sono stati più volte osservati degli escrementi di ghiro, così come sono stati raccolti frammenti craniali che hanno consentito la determinazione della specie. Nel caso di aree carsificate nei pressi di formazioni forestali, la frequentazione delle cavità da parte del ghiro diventa praticamente una regola (Barti, 2013).

Martes foina (Erxleben, 1777), faina
Anche la faina è una specie che può essere osservata solo accidentalmente all’interno di cavità. Può, al limite, frequentare i tratti più esterni di alcuni ipogei, naturali o artificiali
(Russo, 1997; Toschi, 1965), ma difficilmente frequenta i tratti completamente bui.
Nella grotta “Ma che Liberazione” è stato però possibile osservare un singolare fenomeno: almeno un esemplare, infatti, frequenta abitualmente un tratto interno della cavità, probabilmente per fini alimentari. In una delle prime uscite abbiamo potuto osservare che in un punto della grotta, nei pressi dei “Rami a valle”, vi era un imponente deposito di escrementi di mustelide, proprio in prossimità di un accumulo di guano di pipistrelli.
Cercando di capire chi fosse l’autore di quella marcatura, e soprattutto il senso di tale comportamento, abbiamo posizionato una trappola fotografica all’interno, rivolta alla zona in questione. E in seguito durante alcuni mesi di sorveglianza abbiamo potuto raccogliere alcuni filmati dell’animale incriminato (si veda fig. 12). Si trattava dunque di una faina, che si muoveva apparentemente senza alcuna difficoltà nel buio totale. Molto probabilmente il mustelide, giunto all’interno attraverso una fessura o un cunicolo stretto, ha potuto rinvenire alcuni chirotteri nei pressi dell’assembramento riproduttivo. Ha quindi familiarizzato con quell’angolo della cavità, frequentandolo in modo occasionale e presumibilmente seguendo la traccia odorosa del guano.
L’esame delle prede ingerite, raccolte sul posto, ha infatti permesso l’identificazione di un almeno un chirottero (Rhinolophus hipposideros) verosimilmente ingerito nella cavità, accanto a prede esterne (Glis glis, Myodes glareolus, Apodemus flavicollis, Hymenoptera indet., Orthoptera indet.).
Abbiamo accertato che la faina (o le faine?) percorre tratti di gallerie, in continuità tra loro, lungo un percorso che dai rami a valle porta fino alla sala della ”Prima Repubblica”.
Si precisa che le marcature sono state osservate lungo un’area di alcune centinaia dimetri, senza rilevanti ostacoli verticali, e alla profondità variabile tra i – 70 e i – 100 dall’ ingresso
principale.
Le ricerche per approfondire questo fenomeno stanno tuttora continuando, e non escludiamo ulteriori interessanti risvolti.

 

Bibliografia

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