/Grotte, ripari e Preistoria sull’Altopiano di Pradis.

Grotte, ripari e Preistoria sull’Altopiano di Pradis.

Argomento
Grotte, ripari e Preistoria sull’Altopiano di Pradis (Clauzetto, PN): quarant’anni di studi e ricerche
Autore
Marco Peresani e Matteo Romandini - Università degli Studi di Ferrara, Dipartimento di Studi Umanistici, Sezione di Scienze Preistoriche e Antropologiche

Dalle prime ricerche attorno agli anni ’70 a oggi, della preistoria di Grotte e Ripari carsici a Pradis, molto è stato studiato, riscritto, rivisto e molto è ancora da scoprire. L’Altopiano di Pradis nel settore orientale delle Prealpi Carniche si è scoperto nel corso degli anni essere, per quest’area geografica, una vera miniera di informazioni per lo studio dei gruppi umani che nel Paleolitico medio e superiore lo hanno ripetutamente frequentato. Si tratta di un‘unità orografica di 850 kmq, limitata a nord dall’alto corso del fiume Tagliamento, a sud dall’alta pianura friulana occidentale, a est dalla sponda orientale del Lago di Cavazzo e, verso ovest, dal meridiano passante grossomodo per Claut (Peresani et al. 2009). Le quote vanno dai 310 m del fondovalle del Tagliamento all’estremità nord-orientale dell’area, ai 2479 m del Monte Pramaggiore. Numerose valli a direttrice N-S e W-E (con quote di fondo variabili tra 400 e 800 m circa) e le creste che le delimitano (elevate attorno ai 2000-2300m) rendono il territorio estremamente articolato e caratterizzato da pendenze piuttosto elevate, spesso insuperabili.
L’altopiano è incuneato tra il Monte Pala (1231 m) a est, la dorsale del Monte Rossa (1369 m) a nord, il Monte Ciaurlèc (1148 m) a ovest, mentre verso sud termina con l’incisione del Torrente Cosa che prosegue attraversando le colline pedemontane. Verso sudovest si eleva, dal Monte Ciaurlèc e dai colli di Castelnovo dalla conoide bilobata del Meduna, la dorsale Col Palis (374 m) – Col Vaita (367 m) che limita a nord il bacino palustre di Sequals, sede del ritrovamento in superficie di qualche manufatto musteriano. Di estensione pari a 6 kmq, l’altopiano presenta quote variabili tra 530 m e 590 m. Dal suo margine sud-orientale, attraverso un sistema di rilievi minori che si eleva di un centinaio di metri sopra l’altopiano, si accede nella stretta valle del torrente Arzino tributario di destra del Tagliamento, il cui bacino si prolunga verso nord nel cuore delle Prealpi. A ovest, attraverso la valle del torrente Chiarzò, dall’altopiano può essere agevolmente raggiunto il torrente Meduna che scorre nella Val Tramontina, e risalendo attraverso di essa si può raggiungere l’alto corso del Tagliamento. Per la sua collocazione a cerniera tra l’alta pianura alluvionale del Friuli occidentale e le Prealpi Carniche, l’altopiano di Pradis occupa una posizione strategica per l’accesso al territorio alpino e all’alto bacino del Tagliamento, è modellato per due terzi della sua estensione in rocce carbonatiche (Calcari a Rudiste del Cretaceo superiore) e per il restante in rocce terrigene (Flysch di Clauzetto del Paleocene superiore – Eocene medio). I terreni in rocce carbonatiche sono caratterizzati dalla scarsità di elementi idrografici e da un’evoluzione carsica molto spinta che in superficie ha dato forma a un microrilievo accidentato per la presenza di crepacciature, doline, inghiottitoi, spesso allineati lungo le fratture principali. Il sottosuolo è percorso da un fitto reticolo di oltre duecento cavità esplorate, alcune delle quali si sviluppano per alcuni chilometri nel sottosuolo e con variazione in altitudine di alcune dozzine di metri (Cucchi, Finocchiaro, 1981). I pochi corsi d’acqua presenti scorrono sul fondo di forre strette e profonde con numerosi ripari e caverne sui fianchi delle incisioni.

Nel 1962 alle “Grotte Verdi di Pradis”, o “Grotte di Pradis” (Fig. 1), gran parte dei depositi di riempimento delle due cavità più piccole fu sbancata per la fruizione turistica. Furono così scoperti per la prima volta in questi luoghi dei depositi preistorici, che divennero oggetto di ricerche sistematiche negli anni 1970-71, dirette dal Prof. G. Bartolomei dell’Università di Ferrara. Gli scavi interessarono i lembi dei depositi delle cavità dette Riparo I e Riparo II, risparmiati dai lavori di sterro. La serie più importante, per i reperti paleontologici e paletnologici che ha restituito, è quella del Riparo I (Corai 1980; Bartolomei et al., 1977; Corai, 1980).
Quasi mezzo secolo dopo, in sincronia con il lavoro del Prof. G. Bartolomei, un équipe di archeologi del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara guidati dal Prof. Marco Peresani e coordinati dal Dott. Matteo Romandini, continuano a incrementare le conoscenze sulla preistoria di Pradis, il numero di siti e, negli ultimi anni, le evidenze scientifiche di attività venatorie, espressioni simboliche e comportamentali umane di rilevanza internazionale per il periodo di studi.

Frequentato in diversi momenti del Paleolitico soprattutto tra 50.000 e 14.000 anni fa, quando i cacciatori risalivano la montagna per la caccia estiva al cervo e allo stambecco, l’Altopiano di Pradis sta costruendo in questi ultimi anni un nuovo patrimonio archeologico. Dopo le ricerche degli anni ’70 alle Grotte Verdi (Fig. 1), nuove scoperte sono state effettuate alla Grotta del Clusantin (Fig. 2) e alla Grotta del Rio Secco (Fig. 3): esse raccontano di un paesaggio del passato che, per quanto frammentario e mutevole a causa dei cambiamenti climatici, può essere ricostruito nei suoi lineamenti essenziali. Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente costituisce per l’appunto uno dei principali obiettivi delle ricerche archeologiche e paleoambientali moderne.
L’esistenza di un importante bacino di caccia a poche ore di cammino dalla Pianura Friulana doveva essere sicuramente percepita e radicata nella memoria di questi gruppi nomadi, costretti a trasportare in quota le selci da scheggiare per le attività economiche e venatorie. Proprio la selce ci dà un’idea della vastità dei territori abitati migliaia di anni fa, quando la densità demografica era assolutamente incomparabile con quella attuale: una manciata di abitanti copriva un territorio di centinaia di chilometri quadrati a partire dal margine orientale delle Prealpi Venete, interessando anche il vicino Piancavallo.

Paleolitico medio e superiore alle Grotte Verdi di Pradis

Comprendono diverse cavità che si aprono a varie altezze lungo la forra del torrente Cosa.
La Grotta della Madonna e i ripari a essa limitrofi vennero parzialmente svuotati negli anni ‘60 per rendere fruibile l’area e negli anni ‘70 vennero indagati dall’Università di Ferrara.
Furono così raccolti numerosi resti faunistici tra cui abbondano quelli di marmotta, oggi oggetto di una revisione archeozoologica, che rivela come per la vicina Grotta del Clusantin la presenza di tagli inferti dall’uomo durante la macellazione (Nannini N., tesi di dottorato in corso). Queste grotte si inseriscono così all’interno di una stessa attività produttiva e di trasformazione di una specifica risorsa venatoria dislocata nel paesaggio carsico. Alle Grotte Verdi, i cacciatori raccoglitori sapiens hanno inoltre lasciato al suolo un punteruolo in ulna di lupo e uno ricavato da un telemetacarpo di alce; hanno inoltre inciso su due piccole clavicole di marmotta delle tacche, probabilmente come sistema di annotazione (Gurioli et al. 2011; reperti originali conservati al Museo di Torre, PN).
Le Grotte Verdi hanno restituito anche utensili in selce riferibili al Paleolitico medio e probabilmente agli stessi gruppi di neandertaliani che frequentarono la Grotta del Rio Secco, affacciata sul versante di un affluente del torrente Cosa, posto poche centinaia di metri più a monte.

Paleolitico Superiore alla Grotta del Clusantin

Oggetto di un’approfondita indagine condotta dal prof. M. Peresani nel 2005, questa piccola cavità sappiamo oggi (Fig. 2) fu utilizzata 14.000 anni fa come riparo da cacciatori-raccoglitori epigravettiani. Il 91% dei resti faunistici analizzato è rappresentato da marmotte e il loro studio ha rivelato come il Clusantin fosse un sito di caccia specializzata, dove le carcasse del roditore venivano lavorate per ottenere pellicce e carne. Di notevole interesse sono le selci impiegate, perlopiù provenienti da lunghe distanze, e i tipi di armature e di utensili rivenuti, i quali mostrano un adattamento dimensionale alla particolare preda.

Grotta del Clusantin rappresenta un unicum nel Paleolitico italiano in una delle prime fasi del popolamento delle Alpi Orientali nel periodo tardoglaciale del Pleistocene. Nel 2001 la piccola cavità attirò l’interesse degli archeologi e venne realizzato un primo sondaggio stratigrafico che portò alla scoperta di selci scheggiate che indussero ad aprire una trincea trasversale all’entrata della grotta, finché nell’estate 2005 si intraprese l’esplorazione di tutta la zona dell’atrio e furono scoperti i resti dell’accampamento paleolitico. Grazie alla concessione della Soprintendenza per i Beni archeologici del Friuli Venezia Giulia, al supporto dell’Amministrazione Comunale e del Comitato Culturale di Pradis (oggi Associazione Culturale Pradis, PN), il nuovo “Laboratorio di Ricerca archeologica dell’Università di Ferrara” potè esplorare su un’estensione di 15 metri quadrati un livello di origine antropica (cioè con resti e materiali legati alla presenza dell’uomo, in questo caso sapiens) datato a 14.000 anni dal presente, bene conservato nella zona protetta dalla volta rocciosa.
La forma della cavità, la densa fessurazione della roccia, la presenza di crolli e la limitatezza dello spazio utilizzabile fanno ipotizzare che la zona dove i cacciatori paleolitici nei mesi estivi svolsero le loro attività (scheggiatura, macellazione, cottura delle carni, trattamento delle pelli ecc.) fosse limitata all’atrio piuttosto che alla parte interna, più angusta e difficilmente accessibile. Nel livello archeologico non sono state rivelate tracce riconducibili a un utilizzo della stessa area da parte degli animali durante l’inverno. Lo scavo ha portato alla luce resti di focolari, accumuli di ossa animali, carboni e oltre 2500 selci scheggiate, tra cui circa 300 armature di frecce; gli utensili si limitano a una trentina di grattatoi impiegati nella lavorazione delle pelli, com’è attestato dall’analisi delle tracce d’uso.
I resti archeozoologici, rispetto agli altri taxa identificati, riferibili a ungulati e carnivori, evidenziano una netta dominanza di marmotta (Marmota marmota, mammifero dell’ordine dei roditori) con individui di varia età. Oltre che sui resti di marmotta sono state rilevate varie tracce d’intervento da parte dell’uomo anche su resti di ungulati.
L’esperienza acquisita con lo studio dei resti recuperati nella grotta del Clusantin e il confronto dei dati sperimentali ha permesso di capire che il recupero di carne, pelliccia e grasso da marmotte di varia età figurano come l’attività principale espletata in questo sito. Trovano conferma in questa ipotesi anche la distribuzione areale dei resti di marmotta e la posizione dei reperti con tracce di macellazione: si notano concentrazioni a un metro circa all’interno dell’attuale entrata della cavità, attorno a un masso affiorante dal deposito sottostante e in un altro punto più a nord. Queste concentrazioni suggeriscono un utilizzo della cavità finalizzato esclusivamente al trattamento delle carcasse. Da confronti etologici e dal fatto che tra i resti del Clusantin vi sono anche dei cuccioli di marmotta, il periodo ottimale per la caccia a questo roditore doveva essere compreso tra i mesi di luglio e ottobre. Questo dato conferma gli spostamenti stagionali fra la pianura e i monti dei cacciatori-raccoglitori paleolitici del nordest della Penisola, popolazioni nomadi che abitavano il vasto territorio compreso tra le Prealpi e la costa adriatica. In Europa l’interesse dell’uomo del Paleolitico verso la marmotta è documentato anche in altre tre grotte alpine: le cavità francesi di La Colomb e La Passagère, a 1050 m nell’Isére, e Les Freydières, a 800 m di quota nel Vercors, di età simile a quella del Clusantin.

Paleolitico medio e superiore alla Grotta del Rio Secco, una volta “Grotta dei ciclamini”

In questo panorama si inserisce un sito di recente scoperta (2002), la Grotta del Rio Secco, che custodisce e delinea un enorme potenziale scientifico per studiare la mobilità, l’occupazione del territorio, lo sfruttamento delle risorse minerali e non minerali da parte dell’Uomo di Neandertal e dei primi uomini anatomicamente moderni di questa regione, in un settore chiave tra pianura e regione alpina. Grotta del Rio Secco è posta all’interno di una provincia interposta tra differenti entità fisiografiche ed ecologiche: l’area veneta a occidente, ricca di siti all’aperto, grotte e ripari, alcuni dei quali di importanza chiave per lo studio del Musteriano (Paleolitico medio); le Alpi Giulie, dove si apre la Grotta Divje Babe I; il carso Triestino con vari siti in grotta attribuiti all’inizio dell’ultima glaciazione o di età non precisata; la Croazia nord-occidentale e la Costa dalmata, che ospitano giacimenti noti ma anche di recente scoperta.

La porzione medio-inferiore del deposito di riempimento di Grotta del Rio Secco ha restituito resti faunistici di orso delle caverne (Ursus spelaeus) e marmotta (Marmota marmota) ma anche di ungulati predati e macellati dai neandertaliani. Da uno strato provengono varie schegge ricavate secondo metodi (Levallois e Discoide) normalmente in uso nel Paleolitico medio per ricavare delle schegge taglienti.
La porzione superiore della sequenza stratigrafica rivela che dopo la “scomparsa” dei Neandertal la grotta è stata frequentata attorno a 30.000 anni dal presente da gruppi di cacciatori Gravettiani (Paleolitico superiore, sapiens), i quali accesero alcuni grandi focolari all’ingresso della cavità dove, allo stato attuale delle ricerche, sembra abbiano trasportato e macellato alcune marmotte, un castoro e ungulati vari. Il loro passaggio è testimoniato inoltre dal ritrovamento di strumenti in selce utilizzati per la realizzazione di armi da lancio, la macellazione e la concia delle pelli.
La Grotta presenta nei livelli sommitali delle evidenze riferibili a delle frequentazioni protostoriche (Neolitico, età del Bronzo?) e storiche (medievali) le quali sono ancora in corso di analisi. Sono comunque presenti resti ceramici, strumenti in osso e le vestigia di alcuni focolari.
Recenti analisi archeozoologiche degli insiemi ossei dei livelli neandertaliani rivelano inoltre come il Rio Secco sia uno dei rari siti del Paleolitico medio europeo ad aver restituito tracce certe della caccia e del consumo dell’orso delle caverne e dell’orso bruno. Le datazioni dei livelli di Paleolitico medio, ottenute su ossa e carboni, tra 49 e 41 mila anni inseriscono il sito tra i contesti con l’evidenza più recente della presenza dell’uomo di Neandertal nell’Italia Nord-Orientale.
La forma della cavità, la perfetta conservazione della volta, la presenza di un aggiunto riparo esterno, e l’ampiezza dello spazio utilizzabile, fanno ipotizzare che le zone dove i cacciatori neandertaliani svolsero le loro attività (scheggiatura, macellazione, cottura delle carni, trattamento delle pelli ecc.) fossero sia atriali che più interne alla grotta. La presenza verso il fondo di un’ampia camera-galleria ricca di sedimento aumenta inoltre la disponibilità e il possibile utilizzo di “ambienti” diversificati. Gli scavi sistematici, giunti oramai al sesto anno consecutivo di attività, hanno portato alla luce anche in questi livelli di occupazione resti riconducibili all’accensione di fuochi (carboni, ossa combuste, selci bruciate), accumuli di ossa animali, oltre 200 strumenti in selce, tra cui raschiatoi impiegati nel trattamento delle pelli e punte scheggiate con il metodo Levallois utilizzate per la caccia e per processare le carcasse degli animali.
Lo studio dell’insieme dei resti ossei dei livelli riferibili al Musteriano finale descrive delle associazioni animali tipiche di foreste debolmente arborate, con la disponibilità di spazi aperti. Per un certo periodo, il territorio dell’Altopiano di Pradis era popolato quindi da cervi giganti, cervi rossi, caprioli e alci, ma anche da bisonti, stambecchi e camosci. La presenza di abbondanti risorse trofiche e di riparo nelle numerose cavità carsiche doveva essere vitale per le popolazioni di orsi delle caverne e orsi bruni. La coesistenza tra questi grandi carnivori e l’uomo quindi non era dettata solamente da un fattore cronologico, ma anche dall’utilizzo delle stesse cavità per il ricovero. L’ottimo stato di conservazione delle ossa ha infatti permesso di riconoscere una serie di tracce di taglio finalizzate sia alla rimozione della pelliccia sia al recupero di masse carnee. Il consumo e la cottura della carne dell’orso doveva essere quindi una pratica diffusa, come sembrano indicare anche ossa bruciate associate a tracce di tagli.
Sin dalle prime ricerche paleontologiche a metà del XIX secolo era evidente la grande quantità di ossa di questi animali in grotte di tutta Europa, in taluni casi in associazione a manufatti e strutture di abitato di gruppi umani neandertaliani e anatomicamente moderni. Furono alcuni siti delle Alpi svizzere che nella prima metà del XX secolo portarono a riconoscere una cultura particolare dell’uomo di Neandertal, denominata “Musteriano alpino”. Gli ultimi cinquant’anni di ricerche hanno però mostrato l’inconsistenza delle ipotesi di un culto dell’orso in epoca paleolitica. Come dimostrato da dati tafonomici ed ecologici la corretta interpretazione è che uomini e orsi abbiano frequentato gli stessi ripari in momenti diversi. Come spesso avviene in ambito scientifico, l’affinarsi delle tecniche d’indagine ha permesso di leggere più chiaramente la storia tafonomica degli insiemi faunistici. Questi grandi carnivori, in rari casi come quello del Rio Secco, hanno effettivamente avuto un ruolo importante nell’economia dei gruppi umani, che però li cacciavano e sfruttavano per la sussistenza del gruppo. Le recenti scoperte da parte dell’équipe di archeologi dell’Università di Ferrara hanno contribuito a incrementare le conoscenze su questo dibattuto rapporto millenario, che negli ultimi decenni si è arricchito di evidenze inconfutabili di attività venatorie. Recente (2014), inoltre, la scoperta negli stessi livelli frequentati dai Neandertal a Grotta del Rio Secco di una terza falange ungueale di aquila reale recante tagli intenzionali finalizzati al ricavo dello spettacolare artiglio corneo. Si tratta di un eccezionale caso di espressione simbolica neandertaliana, e ritrovamenti simili risultano ancora rari in Europa, solo una dozzina (sei all’epoca della scoperta).

La fruizione dei siti, il Museo della Grotta e il supporto alla ricerca scientifica.

Alla fine e nel corso delle ricerche le Grotte Verdi di Pradis, la Grotta del Clusantin (Fig. 2) e la Grotta del Rio Secco sono state inserite in un percorso pubblico di fruizione che, dopo avere toccato le vicine Grotte Verdi, termina con la visita al Museo della Grotta di Pradis nella frazione di Gerchia, dove sono esposti i reperti più interessanti rivenuti e studiati nel corso dei qui citati scavi archeologici e ricerche.
Aperto al pubblico nel 2001, il Museo nasce come raccolta permanente nel 1969 a opera del Comitato Culturale e del Gruppo Speleologico di Pradis, allestita presso i locali dell’ex scuola elementare della frazione e chiusa in seguito al sisma del ’76. La sede attuale si trova nelle immediate vicinanze delle Grotte Verdi. L’allestimento a oggi presenta il mondo delle grotte dal punto di vista della sua frequentazione da parte degli animali e dell’uomo, attraverso un’esposizione di resti paleontologici e di reperti archeologici, frutto di rinvenimenti casuali e di recenti indagini scientifiche. La raccolta si completa con una sezione di fossili e di minerali di provenienza alloctona e in misura minoritaria, locale. Oggi il Museo della Grotta, cellula Ecomuseale, è l’amplificatore di tutte le evidenze ritrovate in scavi scientifici universitari condotti nei siti sino a qui citati, e si offre come naturale fulcro per il moltiplicarsi di eventi, conferenze, esposizioni temporanee, laboratori didattici e formazione (Fig. 4).

Per esplorare il grande potenziale scientifico della Grotta del Rio Secco, l’Amministrazione Comunale di Clauzetto in collaborazione con l’Università di Ferrara e l’Istituto Regionale per il Patrimonio Culturale della Regione Friuli – Venezia Giulia promuovono e sostengono finanziariamente da 6 anni, con il supporto di varie istituzioni pubbliche (Ecomuseo delle Dolomiti Friulane “Lis Aganis”, Consorzio dei Comuni del Bacino Imbrifero Montano del Tagliamento in Provincia di Udine e Pordenone), di Fondazioni (Fondazione CRUP) e di aziende private (Buzzi Unicem Spa, Azienda Agricola Fantinel, Azienda Vini Albino Armani), di Associazioni (Associazione Culturale Pradis; Archeo 2000; Gruppo Speleologico Pradis) l’apertura di un Laboratorio di Ricerca Archeologica in concessione del Ministero dei Beni Culturali, attraverso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli-Venezia Giulia, nei mesi estivi. La ricerca archeologica a Pradis è inoltre parte di un ampio progetto sul Paleolitico dell’Italia settentrionale coordinato dall’Università di Ferrara, l’Università Rovira y Virgili di Tarragona (Spagna) e il Neanderthal Museum di Mettmann (Germania).

 

Bibliografia

La seguente rassegna bibliografica è rappresentativa dei contenuti citati nel corpo del testo, e presenta l’insieme dei principali articoli, capitoli di libri, guide e note varie inerenti i risultati delle ricerche sulla Preistoria dell’Altopiano di Pradis. Per non appesantire la lettura si è deciso di non citare direttamente nel testo i singoli contributi, ma di presentarli qui in un’unica soluzione.

 

Volumi

Peresani M. (a cura di), Marmotte e cacciatori del Paleolitico a Pradis, Comune di Clauzetto.Marco Peresani (a cura di), pagine dall’Ecomuseo 1 – percorso acqua; pp. 130, 2008.

 

Articoli scientifici

Duches R., Peresani M., Squilibri, frazionamenti e non-conformità: discussione attorno alla struttura degli insiemi litici e interpretazione di un caso-studio epigravettiano, Origini XXXII, Nuova Serie IV, pp. 53-78, 2010.

Duches R., Peresani M., Picin A., Romandini M., Preistoria nelle Grotte Riparo di Pradis (PN), in: Anastasia D., Dalla Bona P. (a cura di), Archeologia e Storia nella pedemontana fra Meduna e Tagliamento. Gruppo Archeologico Archeo 2000, pp. 12-19. Comprende 3 schede: Grotte Verdi, Grotta del Clusantin, Grotta del Rio Secco, 2012.

Gurioli F., Bartolomei G., Nannini N., Peresani M., Romandini M., Deux clavicules de marmotte epigravettiennes incisées, provenant des Grottes Verdi de Pradis (Alpes Italiennes), Paléo, 22, pp. 311-318, 2011.

Gurioli F., Peresani M., Romandini M., Sala B., Predazione e sfruttamento di Marmota marmota nel sito epigravettiano di Grotta del Clusantin (Altopiano di Pradis, Prealpi Carniche), in: Tagliacozzo A., Fiore I., Marconi S., Tecchiati U. (a cura di) Atti del V Congresso Nazionale di Archeozoologia, Museo Civico di Rovereto, pp. 65-72, 2010.

Peresani M., Clauzetto. Prima campagna di scavi nelle grotte dell’Altopiano di Pradis, Aquileia Nostra, LXXIII, Notiziario Archeologico, pp. 758-762, 2002.

Peresani M., Grotta del Clusantin (Altopiano di Pradis, Clauzetto), Riv. Sc. Preist., Notiziario, vol. LVI, p. 609, 2006.

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Peresani M., Duches R., Gurioli F., Miolo R., Muratori S., Romandini M., Ziggiotti S., Clauzetto (PN). Lo stato delle ricerche su Grotta del Clusantin, un sito tardoglaciale di caccia specializzata alla marmotta, Notiziario Soprintendenza Beni Archeologici Friuli Venezia Giulia, 1, pp. 112-117, 2006.

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Romandini M., Nannini N., Tagliacozzo A., Peresani M., Orsi vs Neandertal, Caccia Selettiva o Strategia Abitativa? Evidenze alla fine del Paleolitico Medio a Grotta di Fumane (VR) e Grotta del Rio Secco (PN), XX Congresso dell’Associazione Antropologica Italiana “Variabilità umana tra passato e presente”, Ferrara, 11-13 settembre, rel. M. Romandini.

Romandini M., Nannini N., Tagliacozzo A., Peresani M., Hunting bear during the Late Mousterian. Evidence from the North of Italy. European Society for the study of Human Evolution (ESHE), 3rd Annual Meeting, Wien, 19-21 settembre, Poster.

Talamo S., Peresani M., Romandini M., Duches R., Jéquier C., Nannini N., Pastoors A., Picin A., Vaquero M., Weniger G-C., Hublin J.J., Detecting Human Presence at the Border of the Northeastern Italian Pre-Alps. 14C Dating at Rio Secco Cave as Expression of the First Gravettian and the Late Mousterian in the Northern Adriatic Region, PLoS ONE. 01/2014; 9(4):e95376. DOI: 10.1371/journal.pone.0095376.